C’è una vicenda storica all’inizio del Novecento in cui il nome di Baone non viene mai nominato, ma che accadde proprio nel territorio del nostro comune. Grazie ad Aldo Corazza, giovane telegrafista delle poste di Este con la passione per i mezzi volanti, il primo volo in Italia di un apparecchio più pesante dell’aria avvenne proprio a Baone, sulle colline di Ca’ Barbaro, nel settembre del 1904.
È lo stesso Corazza a darne notizia sulla Gazzetta di Venezia (29 novembre 1904) e sul Corriere della Sera (edizione serale del 13 dicembre 1904, ripresa da quella mattutina del 14 dicembre), in risposta ad un articolo del Corriere della Sera del 25 novembre in cui si riepilogava lo stato dell’aviazione e degli apparecchi per volare nel mondo. Il giovane Corazza si premura di dare notizia dei suoi esperimenti di volo ottenuti con un aliante biplano di tipo Chanute-Wright e non ancora resi pubblici, registrando pertanto questo piccolo primato italiano.






Un pioniere veneto dell’aviazione
Aldo Corazza nacque a Cavarzere (Venezia) il 16 luglio 1878, ma visse a lungo a Este, dove lavorò come telegrafista alle Poste. Spirito curioso e autodidatta, fu uno dei primi in Italia a cimentarsi con la costruzione e il collaudo di velivoli più pesanti dell’aria, anticipando di fatto i primi voli motorizzati nel nostro Paese. Morì a Padova il 12 dicembre 1964
Le colline di Ca’ Barbaro: il laboratorio del sogno
I suoi primi esperimenti si svolsero nel 1904 sulle collinette di Ca’ Barbaro, nell’attuale territorio di Baone, a sud di Este. All’epoca l’area era costituita da pendii nudi e adatti al volo librato: “un pendio esteso per circa duecento metri non discendente più del 30 per cento, privo di case, di alberi e di cespugli” – scriveva Corazza nel suo diario. Un articolo del 1934, raccontando il primato di Corazza, precisa che fu il Comm. Enrico Breda a permettergli di compiere i voli nei suoi possedimenti di Ca’ Barbaro e Marendole1. Alcune foto d’epoca ritraggono Corazza e il suo planeur proprio nel piazzale antistante a Villa Ca’ Barbaro, del quale si riconosce la pavimentazione.
Il “Corazza I”: il primo planeur italiano
Nel settembre del 1904 Corazza si lanciò più volte dalle alture di Ca’ Barbaro con il suo planeur biplano, un velivolo in legno di salice e tela lungo 4,6 metri e con un’apertura alare di 6,3 metri. L’apparecchio, del peso di soli 15 kg, era dotato di un elevatore anteriore circolare e di una superficie portante di 20,8 m²
Come scrisse lui stesso sul Corriere della Sera del 14 dicembre 1904, quegli esperimenti erano il frutto di una “campagna di voli librati dalle collinette di Ca’ Barbaro”, durante la quale il velivolo “venne prima danneggiato e poi reso inservibile”
Dal “Corazza II” all’“Aerocicloplano”
Nel 1905 costruì il Corazza II, un biplano in noce d’America, più robusto del precedente ma destinato alla stessa fine: la distruzione durante le prove di planata.
L’anno successivo diede vita al più celebre dei suoi progetti, l’“Aerocicloplano” (Corazza III), realizzato nella soffitta della sua casa di Este con l’aiuto dell’officina Giacon & Polacco. Si trattava di una bicicletta modificata con due ali sovrapposte e due eliche azionate a pedali.
L’apparecchio fu esposto con grande successo all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906, dove ricevette la medaglia d’argento e l’elogio del capitano Ferber, presidente della giuria
Il “Corazza III bis”
Rientrato a Este, Corazza modificò il suo apparecchio in una versione semplificata, priva di bicicletta e di eliche: il Corazza III bis. Con questo modello, verso la fine del 1906, eseguì nuovi voli planati “in incognito e senza pubblicità”, toccando “circa i cento metri, percorrendo il declivio di una collinetta”
L’ultimo modello e il tramonto del sogno
Nel 1907 Corazza costruì il Corazza IV, un planeur tipo Chanute, leggerissimo ma resistente, con le ali coperte da stoffa di cotone Frette trattata a colla di farina. Tuttavia, la crescente vegetazione delle colline e la diffusione dei primi voli motorizzati scoraggiarono il suo entusiasmo.
Un inventore dimenticato
Pur corrispondendo con i fratelli Wright e con l’ingegnere americano Octave Chanute, e pur ricevendo l’incoraggiamento del conte Almerico da Schio, pioniere dei dirigibili italiani, Corazza rimase sempre ai margini della storia ufficiale.
Nel suo diario del 1930 scriveva con orgoglio:
“Sono rimasto col vanto di non aver mai chiesto niente a nessuno e ho avuto l’orgoglio d’esser stato definito […] ‘Unico rappresentante serio dell’aviazione in Italia’. […] Ci tengo alla mia priorità.”
(Aldo Corazza, Diario, in Luppi, 1984)
Abbandonata l’aeronautica, negli anni successivi diventerà cultore di botanica, candidandosi senza successo per un posto di giardiniere all’Orto Botanico di Padova, e progettando di realizzare un’attività di coltivazione di frutta tropicale in serra, presumibilmente in Val Calaona2.
Primato e riscoperta
Il contributo di Aldo Corazza è oggi riconosciuto come il primo capitolo del volo di un mezzo più pesante dell’aria in Italia. Le sue sperimentazioni sulle colline di Baone precedettero i tentativi di Calderara, Bertelli e Cordero di Montezemolo.
Scrive Giorgio Evangelisti, eminente storico dell’aviazione: “con i suoi voli librati Corazza fu il primo italiano a volare in Italia con una macchina più pesante dell’aria. In pratica, quei suoi lontani balzi nel vuoto dalle colline segnano l’inizio e la nascita dell’aviazione in Italia.“3
Come ha scritto Luigi Luppi, “il primato di Corazza non fu solo tecnico, ma anche morale: quello di un uomo che sognò il volo quando il cielo era ancora un mistero” 4
- Ricerche, lotte e conquiste da Leonardo a oggi, di Jotti da Badia Polesine, in L’ala d’Italia, giugno-luglio 1934, p.32 ↩︎
- Aldo Corazza, [Lettera di A. Corazza a Pier Andrea Saccardo] [manoscritto],1911. ↩︎
- Giorgio Evangelisti, Gente dell’aria 5, 1998, p.65 ↩︎
- Luigi Luppi, Padova nella Storia del Volo, 1984. ↩︎
